Voci, sguardi e prove sul campo: l’esperienza del corso avanzato dell’VIII edizione del Workshop internazionale “Il giornalismo che verrà”.

È difficile condensare in poche battute la ricchezza di ciò che è accaduto a fine maggio al corso avanzato dell’VIII edizione del Workshop internazionale “Il giornalismo che verrà”. Ma anche questo, ci hanno detto, fa parte del mestiere: scegliere, tagliare, restituire l’essenziale. E forse è già un primo esercizio di verità per chi — come me, insieme agli altri corsisti — aspira a entrare in questo lavoro senza tradirne il respiro.

Perché ciò che è accaduto a Catania dal 20 al 24 maggio non è stato un semplice ciclo di lezioni. È stata un’esperienza. E la parola, scavata nella sua etimologia latina, lo dice meglio di noi: experiri, mettersi alla prova, uscire da sé per tentare, rischiare, incontrare. Ma non c’è esperienza senza un altro che ti chiama a venir fuori. Così siamo stati provocati — cioè chiamati fuori — da voci che abitano il giornalismo come un compito quotidiano.

Un movimento che descrive bene l’intero percorso: un laboratorio di giornalismo organizzato dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo — nata lo scorso dicembre come risposta alla desertificazione dell’informazione — insieme alla Scuola Superiore di Catania e a una rete di partner che hanno creduto nella necessità di formare nuove generazioni di narratori del reale.
Un cantiere formativo tra Villa San Saverio, l’Anfiteatro Romano e Isola Catania: luoghi diversi che hanno amplificato domande, provocazioni, visioni. Incontri che hanno allargato lo sguardo. Così Martin Baron, già direttore del Boston Globe e del Washington Post, ci ha riportati all’eredità del caso Spotlight e al peso dell’inchiesta nel nostro tempo; e Domenico Quirico, con il suo racconto della guerra, ci ha ricordato che il dolore è un territorio che non si attraversa senza esserne feriti. Le fragilità informative del Mediterraneo sono emerse nelle parole di Dima Saber e Laura Silvia Battaglia al‑Jalal, mentre Douglas McCabe e Annalisa Monfreda hanno interrogato la sostenibilità di un mestiere che ogni giorno rischia di perdere il proprio respiro.

Il dialogo tra Antonello Piraneo e Roberto Natale ha mostrato come informazione locale e servizio pubblico siano due sponde dello stesso fiume. E il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ci ha ricordato che “il mondo si sta riarticolando e l’Occidente non sa ancora come raccontarlo”, mentre Ezio Mauro ha ribadito che “il potere va interrogato”, sempre. Javier Moreno, mostrando un Sud America “prigioniero dell’intreccio tra crimine e potere”, ci ha consegnato una parola che mi porto addosso: “Resistete”.

Non uno slogan, ma un’indicazione di mestiere: fare il proprio lavoro, pubblicare storie che abbiano valore, rifiutare ciò di cui non si è sicuri, opporsi alle piccole pressioni che svuotano il giornalismo del suo senso. Una parola che Giorgio Romeo, presidente della Fondazione, ha ripreso ricordandoci che oggi il giornalismo è — prima di tutto — un atto di resistenza: resistenza alla superficialità, alla velocità che consuma, alla tentazione di rinunciare alla complessità. Perché raccontare significa stare dentro le cose, non guardarle da lontano. Un invito che risuona anche nelle parole di Papa Leone XIV, che ai giornalisti ha chiesto una comunicazione che sappia ascoltare, dare voce ai deboli, orientare con responsabilità anche le nuove tecnologie, perché — ha detto — “voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace”.

E questa prima linea l’abbiamo toccata con mano nella discesa in campo, nel territorio. Con i reportage assegnati siamo entrati nei quartieri, nelle storie, nelle ferite e nei tentativi di rinascita di Catania. Ho imparato che il territorio non è un fondale, ma un interlocutore vivo. E che il giornalismo è un lavoro che chiede corpo, voce, cura e responsabilità.
Responsabilità emersa nell’incontro con i giornalisti di Pagella Politica, che hanno portato il fact‑checking dentro il laboratorio del mestiere, mostrando che verificare non è un accessorio, ma una disciplina quotidiana. Cura che ho visto nel laboratorio con Lars Boering, già alla guida di World Press Photo, che ha dedicato due ore ai portfolio dei giovani fotografi; e nel confronto con Guido Tiberga, già caporedattore de La Stampa, che ha seguito i nostri testi riga per riga, ricordandoci che il giornalismo è anche un artigianato della parola.

Per questo i giorni del percorso segnano un nuovo inizio. Un inizio che ha riacceso una domanda che mi porto addosso come un compito: cosa sono disposto a rischiare per raccontare il vero?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *