“Rimettere al centro Cristo: nella nostra vita, nel nostro annuncio, nella formazione delle nuove generazioni, non come un semplice maestro di etica, ma come il Salvatore che ci ama, ci salva, è unito a noi per sempre”. È questa l’urgenza che indica l’arcivescovo di Catania Luigi Renna nella nuova lettera pastorale “Come la vite e i tralci” presentata venerdì 18 settembre all’assemblea diocesana riunita al santuario di Mompileri.

Fare memoria del Giubileo di sant’Agata

Renna ha invitato a fare memoria dell’anno pastorale appena concluso caratterizzato dal Giubileo Agatino che – ha detto – “ha irrigato il campo della nostra vita ecclesiale”. Citando le parole del cardinale Parolin a Catania, l’arcivescovo ha ricordato che “Sant’Agata appartiene all’oggi di Dio e continua a camminare con il suo popolo” e che “le nuove generazioni non hanno bisogno solo di monumenti o di ricordi, ma di uomini e donne nei quali il vangelo diventi di nuovo visibile”.

Per questo motivo – leggiamo nella Lettera pastorale – “la vita cristiana non può essere ridotta ad un’etica (…) o alla cultura. (…) Abbiamo bisogno di tornare alla Sorgente, che è il nostro essere innestati in Cristo”.

Superare la frattura fede e vita

L’esperienza che oggi si vive fra i credenti – ha ricordato l’arcivescovo – è la “frattura fra fede e vita”. Nella lettera pastorale spiccano due esempi dove questa frattura si evidenzia in modo particolare ai nostri giorni: il dibattito sul suicidio assistito e l’accoglienza dei migranti.

La Lettera pastorale si concentra sul tema dell’iniziazione cristiana e individua tre nodi da sciogliere: l’unità dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana, il vertice dei sacramenti che è l’Eucarestia, l’età per completare l’Iniziazione. “Abbiamo riscoperto – scrive Renna – l’unitarietà dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana: non tre sacramenti giustapposti, ma un’unica azione di grazia, che parte dal Battesimo e si compie attraverso la Confermazione nell’Eucarestia. Non si tratta perciò di iniziare ai sacramenti, ma di iniziare alla vita cristiana attraverso i sacramenti”.

“Rimandare la Cresima a dopo l’Eucarestia per tenere i ragazzi per un anno, in modo che siano fedeli alla comunione settimanale – sostiene l’arcivescovo – è una scelta funzionale”. Ma aggiunge: “Può una preoccupazione funzionale farci perdere il senso di un cammino ecclesiale il cui culmine è l’Eucarestia?”.

I punti fermi

I punti fermi della Lettera pastorale sono: l’unità dei sacramenti e la celebrazione eucaristica intesa come il centro e l’apice del processo dell’iniziazione cristiana. “Ritornare all’Eucarestia come al compimento dell’Iniziazione cristiana – sostiene Renna – aiuta a non considerarla come la conclusione di un percorso, perché mentre la Cresima è un sacramento non reiterabile, celebrarla alla fine può provocare l’impressione che il cammino di fede si concluda con la sua celebrazione, mentre con l’Eucarestia il cammino di fede sfocia nella vita cristiana che continua”.

Rafforzare la comunione ecclesiale

L’arcivescovo insiste poi sulla necessità che “si rafforzi quel senso di comunione e di corresponsabilità che vede unite le famiglie e le comunità parrocchiali, le associazioni e i movimenti, nell’accompagnare i nostri ragazzi”. “Rimandare la celebrazione dei sacramenti per ‘trattenere’ i ragazzi nella vita parrocchiale – nota Renna – rischierebbe di attribuire ai sacramenti una funzione che non appartiene loro. La conversione pastorale consiste anche nel riacquistare, dove si è perduta e non ci sono più gruppi di adolescenti, la capacità della comunità stessa di diventare un luogo significativo di relazione, di crescita umana e cristiana, di testimonianza che li coinvolga”.

L’età del percorso per il completamento dell’Iniziazione cristiana, prevista nella Lettera pastorale, va dai 7 agli 11 anni; “dopo – scrive – Renna – ci troviamo in una fase da accompagnare con tanto amore e pazienza, fiduciosi che il Signore opera sempre”.

La sfida del “dopo”

La sfida più grande rimane però il “dopo”, quando i ragazzi si ritrovano ad affrontare la vita.E qui l’arcivescovo invita parrocchie e comunità ecclesiali ad “accompagnare le persone nel cammino mistagogico dopo la celebrazione dei sacramenti e anche oltre, con una progettualità che, dobbiamo riconoscerlo umilmente, in tante comunità non c’è ancora”.

Tre le scelte indicate dall’arcivescovo alla comunità ecclesiale della diocesi. La prima: avere a cuore la trasmissione della fede. “Che ciascuno nella comunità – si legge nella Lettera pastorale – abbia a cuore la trasmissione della fede alle nuove generazioni”. “Sogno – dice l’arcivescovo – che l’operatore della Caritas, o colui che si occupa di animare la liturgia o chi si occupa del coro, si chieda: Ma come si stanno formando i nostri ragazzi ad essere tralci uniti a Cristo?”. In secondo e terzo luogo, l’arcivescovo chiede a tutti di “camminare insieme” e invita catechisti e operatori pastorali a spendere tempo ed energie nella formazione, perché “formarsi è anche un po’ convertirsi”.

Viene rimandata, infine, a una decisione sulla spinosa questione dei padrini e delle madrine, ma su questo punto si arriverà a una scelta condivisa con tutta la Chiesa italiana.

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