Proponiamo l’analisi di Giuseppe Di Fazio pubblicata su Avvenire Catania l’11 ottobre scorso sul tema del contributo che ciascuno può dare personalmente alla pace e al cambiamento sociale.
Le recenti iniziative di alcuni istituti scolastici etnei per rimettere al centro del dibattito il delirio delle guerre in atto e il desiderio della pace sono state occasioni utili per uscire dall’indifferenza generale. Ma non illudiamoci e non illudiamo i nostri ragazzi che bastino le manifestazioni per cambiare il mondo. Dobbiamo piuttosto impegnarci tutti a costruire luoghi di pace.
Certo torna utile ricordare la favola del “Re Nudo”. Noi adulti, come in quella favola, sappiamo che il mondo sta andando alla rovina e che la guerra non porta altro che distruzione e disumanità, ma la mentalità comune ci induce a fare finta che la forza sia l’unica via per salvare il mondo. E questa farsa regge fino a quando non ci sia un innocente che abbia il coraggio di gridare la verità, di dire che il “Re è nudo”, che la violenza ci sta catapultando nell’autodistruzione. Allora, forse, si apriranno gli occhi di tutti e la finzione apparirà per quello che è.
Ma c’è, come detto, un secondo passo necessario da compiere: passare dalla denuncia alla creazione di luoghi di pace e di condivisione del bisogno. Nei giorni scorsi, nell’affresco presente nell’abside di una chiesa del centro di Catania, ho rivisto dipinto il volto di un mio grande docente di religione al liceo, don Francesco Ventorino, che ha offerto una opportunità di cambiamento di vita a migliaia di giovani studenti. Durante le sue lezioni, dopo averci spiegato lo scarto fra Nord e Sud del mondo, ci faceva una proposta concreta: offrite gratuitamente tre ore pomeridiane ogni domenica per far giocare e studiare i ragazzini bisognosi di San Cristoforo. Eravamo negli anni della grande contestazione studentesca, delle marce, delle occupazioni. E quel prof ci chiedeva di accompagnarlo nella sua opera di condivisione dei bisogni e di donare tre ore a settimana (come avrebbe fatto in seguito anche il beato Pino Puglisi, impegnato a Brancaccio) per aiutare ragazzi in difficoltà. Per quanti aderimmo a quell’appello quel gesto fu un evento che non solo servì a offrire un aiuto a famiglie e ragazzi in stato di grave povertà, ma anche a creare luoghi di pace e riconciliazione, anzitutto per noi stessi.
In foto: don Francesco Ventorino (1932-2015)