Sant’Agata e la religiosità popolare: «Questo Popolo è la Chiesa con le sue culture, sensibilità e carismi»

di Don Antonino De Maria

La festa di sant’Agata non è ancora finita eppure non possiamo perdere l’occasione di parlare di questo fenomeno antico e antropologicamente influenzato dai cambiamenti sociali e culturali che è la cosiddetta religiosità popolare. Denigrata, identificata con il malaffare, tuttavia è una realtà che testimonia il senso religioso dell’uomo e la capacità di un popolo di esprimere un rapporto peculiare con il divino: un rapporto che va ascoltato, amato, educato e valorizzato. Questo atteggiamento positivo è stato sempre quello della Chiesa e per svilupparlo sono nate le Confraternite, le associazioni, i circoli ed è stato sostenuto soprattutto dagli Ordini Mendicanti che dell’evangelizzazione popolare e del popolo hanno fatto lo scopo del loro carisma.

Questa analisi e le problematiche che emergono per la missione della Chiesa sono oggetto del magistero di Papa Francesco (anche se non solo di questo Papa) sin dal suo primo documento magisteriale che è l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ( se consideriamo l’Enciclica Lumen Fidei più un documento di papa Benedetto che di Papa Francesco).

Nel terzo capitolo dedicato al ruolo del Popolo di Dio nella sua interezza (tema prevalente nella Costituzione conciliare Lumen Gentium e che ha una storia pregressa nel rinnovamento teologico del XX secolo), il Popolo di Dio è il soggetto storico, concreto, dell’evangelizzazione, piuttosto che la struttura istituzionale e gerarchica della Chiesa: “L’evangelizzazione è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale. Propongo di soffermarci un poco su questo modo d’intendere la Chiesa, che trova il suo ultimo fondamento nella libera e gratuita iniziativa di Dio.” (E. G. 111) Questa soggettualità ha fondamento nel primato di Dio e della sua opera, come espresso nella Rivelazione: il Papa cita il suo predecessore che sottolinea “È importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori”.[1] La via dell’evangelizzazione passa attraverso la scelta di Dio di convocare un Popolo,  non una accurata e qualificata élite, per annunciare il Vangelo a tutti gli uomini.

Questo Popolo è la Chiesa: caleidoscopio di culture, sensibilità e carismi, che non sono una minaccia per l’unità della Chiesa ma il frutto della fecondità dello Spirito che chiama ogni uomo dentro il proprio contesto, culturale, sociale, storico: la storia stessa è dinamicamente feconda per l’azione di Dio in essa, come un fermento. È all’interno di questa visione “cattolica” che si inserisce il discorso sulla religiosità o pietà popolare. L’inculturazione del Vangelo non può prescindere dall’identità di un popolo, dei suoi valori e della sua visone dinamica dell’esistenza che chiamiamo cultura: “Quando in un popolo si è inculturato il Vangelo, nel suo processo di trasmissione culturale trasmette anche la fede in modi sempre nuovi; da qui l’importanza dell’evangelizzazione intesa come inculturazione. Ciascuna porzione del Popolo di Dio, traducendo nella propria vita il dono di Dio secondo il proprio genio, offre testimonianza alla fede ricevuta e la arricchisce con nuove espressioni che sono eloquenti. Si può dire che «il popolo evangelizza continuamente sé stesso». Qui riveste importanza la pietà popolare, autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio. Si tratta di una realtà in permanente sviluppo, dove lo Spirito Santo è il protagonista.” (E. G. 122)

La pietà popolare è la forma che assume la fede incarnata in un determinato popolo, nella sua cultura, e che continua a trasmettersi, manifestando un genio proprio e tuttavia profondamente cattolico, vivo e non gnostico, disincarnato e intellettuale, perciò continuamente sovraccaricato moralisticamente. Nei confronti di questa realtà, scrive il Papa, l’atteggiamento giusto non è quello del giudizio ma del Buon Pastore che ama: “Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri. Penso alla fede salda di quelle madri ai piedi del letto del figlio malato che si afferrano ad un rosario anche se non sanno imbastire le frasi del Credo; o a tanta carica di speranza diffusa con una candela che si accende in un’umile dimora per chiedere aiuto a Maria, o in quegli sguardi di amore profondo a Cristo crocifisso. Chi ama il santo Popolo fedele di Dio non può vedere queste azioni unicamente come una ricerca naturale della divinità. Sono la manifestazione di una vita teologale animata dall’azione dello Spirito Santo che è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5).  Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione.” (E. G. 125-126)

Forse non tutti sanno che cosa sia un luogo teologico: eppure tutta la Chiesa, dai Pastori all’ultimo fedele laico, può riconoscere in queste parole di Papa Francesco una chiave di lettura e una modalità positiva, affettiva, per affrontare il tema delle nostre feste popolari senza atteggiamenti di chiusura o, purtroppo a volte, di giudizio sprezzante. Si tratta di una ricchezza da valorizzare e continuamente evangelizzare non solo nell’organizzazione delle feste ma nello svolgimento quotidiano della vita pastorale delle comunità cristiane, proprio perché espressione del popolo cristiano e non dell’inventiva di qualcuno. Senza creare fossati tra il popolo e la cosiddetta Chiesa istituzionale.


[1] Benedetto XVI, Meditazione durante la prima Congregazione generale della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (8 ottobre 2012) : AAS 104 (2012), 897.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *