Passaggio di consegna del pastorale, momento importante per riflettere alla luce del Vaticano II

di Don Antonino De Maria

Il passaggio di consegna del pastorale tra il vescovo Salvatore che ha guidato la nostra diocesi per quasi 20 anni e il vescovo Luigi è un momento importante per riflettere alla luce del Concilio Vaticano II sulla figura del vescovo, tenendo conto dell’importanza che la figura del vescovo assume nella Chiesa sin dal suo sorgere.

Nella lettera a Tito, san Paolo ( per alcuni un esponente della scuola paolina ma a noi non importa) descrive così il vescovo: “ Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori.” Le doti segnalate riguardano innanzitutto la sua umanità e la sua moralità. Ciò che emerge è anche il suo essere discepolo della Parola di Dio in un contesto nel quale Paolo vede molti usare la Parola per scopi diversi, spesso personali, e non per la sequela del Signore.

Nel capitolo 3 della I a Timoteo agli elementi morali si aggiunge la capacità a dirigere la comunità a partire dalle relazioni più personali come la propria famiglia. Non sia un neofita ma un uomo dalla fede provata e stimato anche fuori dalla comunità.

È evidente che il discepolato vissuto seriamente sia una prerogativa importante per san Paolo quanto le doti umane e morali: per guidare occorre non dimenticare di essere discepoli insieme ai fratelli e compagni di viaggio di quelli che credono e anche di quelli ai quali è indirizzato l’annuncio. In questo modo il vescovo assume la guida di un popolo in cammino e non l’amministrazione del popolo stesso: amministratore di Dio è Colui che ascolta e segue la sua Parola e sostiene i fratelli e le sorelle obbedendo per primo a ciò che è stato consegnato da Cristo e dagli Apostoli.

Leggendo Ignazio di Antiochia, vissuto pochi decenni dopo la fase apostolica del cristianesimo, vengono in evidenza due dati: il vescovo è segno di comunione e della sua fonte. Per questo Ignazio usa un linguaggio trinitario e liturgico per indicare il suo essere al posto del Padre, fonte della comunione, e in ascolto dei presbiteri e dei diaconi, insieme al popolo di Dio. Fonte è il Padre e il Vescovo è chiamato a custodire, consolidare e vivere l’esperienza della comunione come fluire della vita trinitaria nella comunità insieme ai presbiteri e ai diaconi che assumono il ministero della comunione nell’agape vissuta dalla comunità intera a partire dall’eucarestia.

Ciò esclude due tentazioni: la sacralizzazione del ruolo e la sua autoreferenzialità. Discepolo, testimone dell’unità nella comunione che fluisce dalla vita trinitaria per edificare la Chiesa nel suo cammino nella storia e nell’escatologia.

La figura del Vescovo ha subito nel corso della storia momenti difficili legati alle circostanze di una cristianità fragile e a strutture sempre più complesse e mondane. Tuttavia non sono mai mancati vescovi attenti a custodire la fede del popolo e a farla crescere; ad offrire tutto per gli ultimi, anche la vita se necessario; vescovi missionari, predicatori intelligenti e santi.

Non potremo mai dimenticare la figura del Beato Cardinale Dusmet che ha segnato la storia della nostra Chiesa e il cui ricordo ancora risuona nei nostri cuori e nel nostro cammino di fede.

Il Concilio ha fornito una visione ecclesiologica rinnovata, vivace, che ha saputo attingere dalla sua apostolicità (la rivelazione nella sua interezza) e dalla sua storia buona le chiavi di lettura della propria esistenza. Pur essendo un Concilio di vescovi, nella maggioranza, è stato un vero evento ecclesiale che ha risvegliato nella moltitudine delle comunità ecclesiali una chiara coscienza di sé, un risveglio nella fede vissuta e un grande impegno missionario nella testimonianza. È stato anche un momento di crisi: ha svelato il vuoto di molte vite e la tentazione di riconoscersi solo in un certo passato sacralizzato.

I suoi documenti sono una vera lezione di vita e andrebbero ancora studiati per coglierne la ricchezza e riscoprire il volto vivo del Vangelo che è Cristo, Capo e Corpo, Popolo di Dio in cammino nella storia e oltre la storia.    Prossimamente cercherò di leggere e commentare due testi fondamentali, Lumen Gentium e Christus Dominus, non per addetti ai lavori ma per tutti, così che emerga la figura del Vescovo e cresca la comunione con lui e insieme a lui nella nostra Chiesa.

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