Niscemi oggi somiglia a un pugile che ha incassato un colpo durissimo: è a terra, stordito, ma sta provando a rimettersi in piedi. A descrivere questa sensazione è Lucia Finocchiaro, responsabile dell’area strutture convenzionate del Banco Alimentare della Sicilia ODV, di ritorno da una missione nei luoghi colpiti dalla recente frana. Una realtà cruda, fatta di circa 1600 persone rimaste senza un’abitazione.

C’è, però, anche chi interviene come può e come sa: sono quasi 9.500 i chili di cibo extra inviati dal Banco Alimentare per sostenere le famiglie e la cucina mobile al palazzetto dello sport.

Lucia è stata lì a portare i primi aiuti, e si è subito resa conto, purtroppo, delle criticità: «Manca una figura che coordini. La prima cosa che ho chiesto arrivando è stata: “Con chi devo parlare? Chi è che decide qui?”. Non mi hanno saputo rispondere». Ma in questo scenario emerge la bellezza amara dell’impegno civico: «Le realtà attive sul territorio, tra cui la Misericordia, si rimboccano le maniche. Non stanno a guardare, non si fermano di fronte al caos o al fatto che vengano dati input diversi da persone diverse. Si sbracciano, si danno da fare».

La Misericordia di Niscemi vive un dramma nel dramma: la loro sede e il magazzino sono nella fascia dei 50 metri dalla frana e sono inaccessibili. «Si sono visti in un attimo privati della loro struttura, della sede, del magazzino» spiega Lucia. Questo ha creato una promiscuità faticosa nel palazzetto dello sport: «Da una parte il magazzino a cielo aperto, dall’altra gli psicologi, poi la mensa e il dormitorio». Il carico sociale è enorme: «Un buon 50% di chi era già assistito dal Banco Alimentare è ora tra gli sfollati. C’è un disagio nel disagio che avrà, purtroppo, un’onda lunga».

Nonostante l’emergenza, il Banco Alimentare ha scelto di non limitarsi all’invio di pallet. Lucia, Alessandro e Duilio (responsabile della logistica) sono andati fisicamente sul campo. Lì un volontario non riusciva a gestire un elenco Excel di circa 1200 persone perché usava un computer di fortuna, e i file su cui lavorava non erano i soliti. «Mi sono messa accanto a lui e l’ho guidato. Per me può anche essere una stupidaggine, ma probabilmente gli ha risolto chissà quanti problemi a cascata». In quel contesto, la gratitudine è stata travolgente: «La parola che è ricorsa di più in quella giornata è stata “grazie”, non hanno smesso un attimo di ringraziarci per cose in fondo semplici».

Per Lucia, questa esperienza ha travalicato i confini professionali: «Lavorare per un’opera come il Banco Alimentare ti consente di fare sforzi che in un contesto diverso ci penseresti due volte a fare. Si percepiva con mano il fatto di essere scesi in campo per chiedere fisicamente: “Ma come state?”»

Il ritorno da Niscemi è accompagnato da una ferita aperta: «Abbiamo incrociato chi ha visto la propria casa finire nel dirupo». Eppure, resta la forza della testimonianza: «Le opere belle sono le persone che le fanno. Se la persona non si implica tutta, possono rimanere delle belle idee campate in aria. Invece bisogna sporcarsi le mani, rimboccarsi le maniche e superare gli ostacoli della complessità». Niscemi riparte da qui: dalla certezza di avere amici al proprio fianco, pronti a rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani.