Foto: Tommaso Le Pera

Nel camerino del Teatro “Nuovo Sipario Blu” di Catania, Alessandro Albertin attende di entrare in scena. Mancano appena trenta minuti all’inizio di Perlasca. Il coraggio di dire no, spettacolo che racconta la storia vera di Giorgio Perlasca, un commerciante italiano che, nel 1944, a Budapest si finse diplomatico spagnolo per salvare oltre 5.200 ebrei dalla deportazione nazista. Fuori, la platea si riempie, pronta ad accogliere lo spettacolo che inaugura la stagione teatrale 2026 della Fondazione Francesco Ventorino, realizzata in collaborazione con il Centro Culturale di Catania e intitolata Il tuo volto come profezia.
Un titolo che è già un invito, un varco: perché il volto non è soltanto ciò che appare, ma ciò che chiama, che chiede. È la soglia attraverso cui l’umano si rivela e si consegna, traccia dell’infinito che attraversa le nostre storie anche quando non ce ne accorgiamo.

Parla l’attore e regista Alessandro Albertin

E forse non c’è figura più sorprendente, più spiazzante, più profetica di Giorgio Perlasca. Un uomo che ha scelto il bene senza proclami, senza testimoni, senza nemmeno il desiderio di essere ricordato. Un volto che ha attraversato la storia come un punto di luce, e che Albertin riporta oggi sulla scena con la forza di un monologo che è, in realtà, un coro di voci, un intreccio di umanità. In una rassegna che alterna drammi e leggerezze, la storia di Perlasca arriva come una domanda che non smette di bruciare, soprattutto in tempi come i nostri, quando la storia mette alle strette: cosa significa scegliere? Cosa significa rispondere all’appello dell’altro, quando l’altro non è un’idea ma un volto concreto, fragile, irriducibile? Seduto davanti a me, mentre sistema la camicia nera di scena e scorre rapidamente un appunto sul copione, Albertin parla con la calma di chi sa che il teatro non è solo intrattenimento, ma innanzitutto un atto di responsabilità. E che ogni sera, quando le luci si abbassano, quel volto — il volto di Perlasca — torna a chiedere ascolto.

Lo spettacolo “Perlasca. Il coraggio di dire no” racconta una figura straordinaria ma per anni dimenticata. Qual è stato per lei il momento decisivo in cui ha capito che questa storia doveva diventare teatro?

Allora, il motivo è molto semplice, molto tenero e in qualche modo privato, di sicuro, perché la molla è scattata quando io ho portato le ceneri di mio padre al cimitero di Maserà di Padova, un paesino in provincia di Padova, dove mio padre è nato. Tutta la parte paterna della mia famiglia arriva da questo paesello e Perlasca ci si è trasferito quando era bambino, credo non avesse ancora un anno di vita. Questo perché? Perché loro erano di Como, Perlasca è nato a Como, però il padre di Perlasca, essendo stato assunto dal comune di Maserà di Padova, ha lasciato Como con l’intera famiglia e si è trasferito in questo paesello del Padovano. Con mio padre non si sono mai incrociati, perché sono generazioni diverse: mio padre era del ’43, Perlasca del ’10. Lui è cresciuto a tutti gli effetti in questo paese, ha passato l’infanzia, la giovinezza. Poi ha aderito al fascismo, ha fatto addirittura la guerra civile di Spagna da volontario e, successivamente, finita la parentesi della Seconda guerra mondiale, è tornato in Italia e ha vissuto tutto il resto della sua vita a Padova città. E ha sempre espresso il desiderio, una volta venuto meno in questo mondo, di venire sepolto nel cimitero di Maserà. Quindi io sapevo che lui era lì. Sono sincero: la storia di Perlasca, all’epoca della morte di mio padre, la conoscevo in modo molto sommario. Però, quando a dicembre del 2011 ho portato le ceneri di mio papà al cimitero di Maserà di Padova, passando davanti alla tomba di Perlasca ho trovato proprio singolare che in questo piccolissimo cimitero ci fosse una figura maschile sicuramente importante, questo gigante della storia, di cui onestamente si sa ancora poco rispetto a quello che meriterebbe. Rispetto a Oscar Schindler, ad esempio, che ha avuto la fortuna di trovare un regista come Spielberg, che ne ha fatto un film a livello mondiale, Perlasca è ancora una storia non conosciuta come meriterebbe. Quindi, uscendo dal cimitero, ho pensato di approfondire questa storia e ho letto tutti i libri che ci sono in commercio, scoprendo questa storia pazzesca, incredibile, con potere teatrale e educativo impressionanti. Sono entrato in contatto con la Fondazione Perlasca, che è gestita dal figlio Franco e che ha sede a Padova, scoprendo con mio grande stupore che non esistevano ancora spettacoli su questa vicenda. E di lì il passo a scrivere un testo è stato abbastanza semplice, perché mi sono limitato a estrapolare gli episodi che ritenevo essere più salienti della vicenda; ho creato due paralleli, uno con il calcio e uno con Facebook. E quindi io amo sempre dire che, se mio padre fosse ancora vivo, quasi sicuramente questo spettacolo non esisterebbe!

Nel portare in scena Perlasca lei interpreta molti personaggi e attraversa registri emotivi molto diversi. Qual è stata la sfida più grande nel costruire questa polifonia di voci e nel mantenerla viva davanti al pubblico?

Sì, questo è, come lo ha giustamente definito un mio amico, un monologo polifonico, cioè è un monologo nel senso che in scena c’è un attore, ma le voci sono tante. Io incrocio in questa storia almeno tredici personaggi e quindi, giocoforza — giocando nel vero senso della parola al gioco del teatro, perché il teatro non dimentichiamoci mai che è un gioco serio, ma è un gioco — si è reso necessario per me, in fase di allestimento dello spettacolo, diversificare il più possibile queste voci per dare al pubblico la possibilità di capire chiaramente chi sta parlando a chi. Quindi, aiutandomi con vari timbri vocali, con intonazioni magari un po’ più basse, un po’ più alte, volumi diversi, qualche cadenza dialettale che magari non c’entra tantissimo nella Budapest della Seconda guerra mondiale, però sono escamotage rispetto ai quali non ho mai ricevuto nessun tipo di lamentela da parte del pubblico o della critica. E quindi questo è sicuramente un aspetto divertente, in senso proprio etimologico del termine, cioè che crea un diversivo dal pericolo dell’annoiarsi con il monologo. Qui non ci sono scenografie roboanti, non ci sono video, ci sono appena due tracce musicali che si rincorrono una con l’altra. C’è la storia, la parola e la mia autentica voglia di raccontarla, questa storia. E quindi è stato in qualche modo difficile, non voglio dire di no, però è una difficoltà talmente gratificante, talmente bella, talmente piacevole. Forse il passaggio non più difficile, però quello più delicato — quello che io sento sempre come una roba dove non a caso il pubblico lì proprio non fiata — è la scena dell’incontro tra Perlasca ed Eichmann all’interno della stazione di Budapest. Ok, immagino che trovarsi di fronte a Adolf Eichmann non sia stato semplice, anche se in realtà lui in quel momento non sapeva nemmeno chi fosse.

Tommaso Le Pera

La rassegna “Il tuo volto come profezia” promossa dalla Fondazione Ventorino invita a riflettere sul valore della testimonianza. In che modo, secondo lei, il gesto di Perlasca parla al nostro presente e al pubblico di oggi, anche qui a Catania?

La forza di questo spettacolo, per mia fortuna, rimarrà sempre questa: la grande lezione di vita che questo signore ci lascia relativamente al concetto profondissimo e delicato del libero arbitrio. Questo è uno spettacolo che mi viene chiesto come il pane, ovviamente in occasione della Giornata della Memoria. Ci sono comuni, teatri, scuole disposti anche a pagarlo di più pur di averlo il 27 gennaio. Tant’è che io ho cominciato anche a impormi un po’ su questo, dicendo che è ovvio che l’argomento è quello — la Shoah — il contesto storico è quello, il periodo storico è quello; però questo signore ci parla della possibilità che ognuno di noi, in quanto essere umano, di fronte al bene o al male, ha la possibilità di scegliere da che parte stare. Con tutte le aggravanti e i rischi che si devono correre. Perché è rischioso fare la scelta che ha fatto lui: staccarsi dal fascismo, non aderire alla Repubblica Sociale di Salò, cominciare da ex fascista a salvare migliaia di ebrei e poi tornare a casa e non raccontare nulla. Ecco, la grandezza di Perlasca è anche questa. Perché l’eroe sarebbe rimasto comunque tale se, a cose fatte, fosse tornato in Italia e avesse cominciato a dire a destra e a manca cosa aveva fatto. La grandezza assoluta è quella di non aver detto niente, di non aver mai sentito la necessità di bearsene in qualche modo, che è la caratteristica dei giusti: il giusto deve salvare la vita a qualcuno e non parlarne mai in prima persona. Infatti, la sua storia è emersa 44 anni dopo i fatti, solo perché una coppia di ebrei è riuscita a rintracciarlo a Padova. Ci sono tantissime storie di giusti finite nel dimenticatoio o uscite postume, magari dopo che questi sono morti. Quindi la grande lezione che lui ci lascia è sicuramente questa, in anni come questi, dove scoppiano guerre, dove si possono raccogliere fiori per noi comuni mortali. Temevo, sono sincero, che dopo i fatti del 7 ottobre 2023 potesse esserci un po’ di difficoltà a portare in giro questo spettacolo; invece, per mia fortuna, no: vedo che nessuno ha reazioni strane, perché è — tra virgolette — casuale il fatto che lui abbia salvato degli ebrei, perché avrebbe salvato chiunque, questo è fuori discussione. Tant’è che tra i tanti salvati non ci sono solo ebrei: ci sono arabi, comunisti… lui salvava vite umane, non salvava ideologie.

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