Ci sono corsi che ti consegnano nozioni come un manuale, e poi ci sono percorsi che ti cambiano lo sguardo, che ti costringono a rimettere a fuoco il mondo. Il terzo corso di formazione per Comunicatori di Buone Notizie dell’Arcidiocesi di Catania – realizzato con Avvenire Catania e Prospettive – appartiene a questa seconda specie: esperienze che non si archiviano, ma continuano a lavorarti dentro, come un seme che non smette di spingere.
È per questo che l’invito del Papa «a essere seminatori di parole buone, amplificatori delle voci che ricercano coraggiosamente la riconciliazione disarmando i cuori dall’odio e dal fanatismo», rivolto ai giornalisti in occasione della Festa di san Francesco di Sales, riflette ciò che è accaduto ogni mercoledì e venerdì, dal 12 novembre al 23 gennaio, nell’aula del seminario diocesano. Quelle parole hanno trovato eco nelle lezioni, nei volti, nelle domande dei partecipanti.
Non a caso Giuseppe Di Fazio, direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi, aprendo il corso ha ricordato come oggi cresca una sorta di intolleranza verso le cattive notizie, una stanchezza profonda verso quelle tre “S” – soldi, sesso, sangue – che sembrano dominare il giornalismo. Eppure, diceva, oggi a fare notizia è il bene. Non un bene ingenuo, ma un bene che sa di realtà, che nasce dal desiderio di guardare oltre la superficie. Da qui la domanda che ha attraversato tutto il percorso: dove sta la notizia? Una domanda semplice e vertiginosa insieme, che ha aperto un vero lavoro di bottega.

Un laboratorio sui nuovi linguaggi dello storytelling


Un laboratorio dedicato ai nuovi linguaggi dello storytelling, dove si sono intrecciati inchieste, social media, fotografia, video, gestione dei siti. Ma soprattutto un luogo di incontro. I docenti – Nuccio Condorelli, Giuseppe Di Fazio, Alessandro Rapisarda, Giorgio Romeo, Ornella Sgroi, Adriano Spadaro – non hanno portato solo competenze: hanno testimoniato, da angolature diverse, il mestiere vissuto, la fatica e la passione con cui ogni giorno tocca fare i conti affrontando la dimensione comunicativa. Una dimensione che abbraccia e ricompone anche ciò che è spezzato, mostrando così che comunicare non è appena un gesto tecnico, ma in primo luogo un modo di stare nel mondo.
In questo orizzonte si colloca l’insegnamento del fotografo Nuccio Condorelli e del vicedirettore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi Alessandro Rapisarda, che hanno ricordato come oggi un giornalista debba saper fare tutto – interviste, foto, scrittura, riprese – non per virtuosismo, ma perché la realtà chiede versatilità. Giorgio Romeo, direttore di Sicilian Post e presidente della Fondazione Giornalismo del Mediterraneo, e Ornella Sgroi (critica cinematografica, scrittrice e collaboratrice del Corriere della Sera) hanno insistito sulla necessità di distinguere tra notizie utili e inutili, e soprattutto di prendersi il tempo per approfondire, in un mondo dove la velocità detta il ritmo dell’informazione. Perché, con l’utilizzo ormai dilagante dell’intelligenza artificiale, non basta saper usare gli strumenti: bisogna ricordarsi sempre di più perché li usiamo. Anche attraverso il montaggio di un breve reel per i social che, come magistralmente insegnato dal regista Adriano Spadaro, se fatto bene può dire quanto un editoriale. I corsisti hanno avuto anche l’opportunità di dialogare con il direttore generale di Avvenire, Alessandro Belloli, e con la responsabile comunicazione dello stesso quotidiano, Debora Spadoni, su come si imposta una azienda editoriale.
Significative le riflessioni emerse nell’ultima giornata attraverso le parole dei corsisti, cariche di gratitudine. Come quelle della giovanissima Antonietta, che ha riconosciuto che il corso ha superato le sue aspettative, spronandola a stare più attenta ai fatti che accadono. O la riflessione di Adelaide, che ha raccontato di star imparando a circoscrivere l’essenziale di una notizia, riconoscendo che questo percorso le ha ricordato che il giornalismo è servizio. Carla, tra le più giovani, ha confessato che prima non amava i social, ma ora vuole mettersi in gioco, sperimentare, provare a raccontare: non un dettaglio, ma un cambio di postura.

Stare davanti alla realtà con un’attenzione nuova


Un cambio di sguardo che parla ancora attraverso gli occhi commossi di Valentina, che ha partecipato insieme agli altri corsisti alla mostra fotografica Si muove la città organizzata dalla Caritas. Il racconto di chi ha vissuto in presa diretta, camminando tra le strade di San Cristoforo, l’esperienza di un bene ricevuto attraverso l’incontro con una persona del quartiere.
Educare a uno sguardo nuovo, attento ai segni della realtà: in fondo è questa la missione di Prospettive e Avvenire Catania, non solo informativa ma formativa. Lo ha sottolineato l’Arcivescovo Luigi Renna salutando i corsisti, mettendo in guardia da una comunicazione che omologa, da scelte editoriali che distolgono lo sguardo dall’umano preferendo ciò che fa rumore alle questioni urgenti che attraversano il mondo. Mons. Renna ha richiamato, in particolare, la testimonianza di Nello Scavo, che da anni pratica un giornalismo che non si inginocchia davanti al potere, ma cerca la verità. Un compito che è responsabilità, rilanciato da Di Fazio con un’immagine ripresa dal Papa: essere «antenne che captano e ritrasmettono ciò che vivono le persone deboli, emarginate». Perché chi comunica non impone, non sovrasta: coglie, ascolta, raccoglie la provocazione dei fatti che accadono e tenta di indagarne il senso per dirlo a tutti.
E forse il senso ultimo di queste settimane di corso è proprio questo: aver imparato a stare davanti al mondo con un’attenzione nuova. Perché comunicare significa toccare e servire la vita degli altri. Soprattutto di chi ha più bisogno.

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