In foto: Qlayaa, 11 marzo 2026: fedeli portano la bara del sacerdote Pierre al-Rahi durante il funerale (AFP/SIR)
Il secolo XX e quello che stiamo attraversando sono segnati profondamente dal sangue dei testimoni della fede, una realtà che non appartiene solo ai libri di storia ma che lacera il nostro presente. Come sottolineato con forza da Marco Impagliazzo — presidente della Comunità di Sant’Egidio e docente di Storia contemporanea presso l’Università di Roma — nella sua catechesi quaresimale tenutasi l’11 marzo 2026 presso la Basilica Cattedrale di Sant’Agata, il martirio cristiano è una “realtà contemporanea”.
Sotto il titolo di “Testimoni disarmati”, Impagliazzo ha riannodato il filo con l’iniziativa di Giovanni Paolo II per il Giubileo del 2000 sui “nuovi martiri”, ricordando che la Chiesa ha conosciuto “esperienze di tragedia e persecuzione”.
Padre Pierre Al-Rahi, morto mentre soccorreva i feriti
Tra questi volti luminosi, la cronaca consegna la drammatica testimonianza di padre Pierre Al-Rahi, parroco cinquantenne della chiesa di San Giorgio a Qlayaa, nel Sud del Libano.
Padre Pierre è stato “ucciso mentre prestava soccorso ai feriti” durante un attacco nell’area meridionale del Paese: un colpo sparato da un carro armato israeliano lo ha raggiunto proprio mentre cercava di aiutare due giovani parrocchiani feriti vicino alla cosiddetta “Linea Blu”.
La sua fede non era un concetto astratto, ma una forza concreta espressa nelle sue ultime parole affidate all’emittente Télé Lumière: «In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione».
Restare accanto al proprio popolo
La testimonianza di padre Pierre risplende per la sua ferma decisione di non abbandonare il proprio gregge nonostante i pericoli mortali. Come documentato da Avvenire, egli aveva rivolto un accorato appello alla popolazione affinché non cercasse rifugio altrove, spiegando con determinazione: «Questa terra significa molto per noi… siamo figli di questa terra da generazioni».
Michel Abboud, presidente di Caritas Libano, lo ha ricordato come un uomo che «non è andato via per incoraggiare i fedeli, ma affinché fossero loro a incoraggiare lui», definendolo un «bravo cavaliere» che ha vissuto la sua missione fino all’estremo sacrificio.
Un seme di riconciliazione
Il cardinale Matteo Zuppi, in un messaggio di cordoglio a nome dei vescovi italiani, ha descritto padre Pierre come un «testimone di riconciliazione e fraternità in un tempo di odio», sottolineando come la sua morte sia avvenuta a causa della «violenza cinica e insensata di un conflitto che sparge sangue e distruzione».
Zuppi ha aggiunto parole definitive sul senso del suo sacrificio: «Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità là dove prevale la logica del più forte». Restando accanto alla sua gente, padre Pierre ha testimoniato l’amore «fino all’ultimo per chi gli era stato affidato».
Dal Novecento ai martiri di oggi
Nella sua riflessione a Catania, Impagliazzo ha inserito padre Pierre e altre figure in un solco storico che include giganti come Massimiliano Kolbe, ricordando che nel buio di Auschwitz «morì un uomo ma l’umanità si salvò».
I martiri di oggi sono coloro che, restando “disarmati”, impediscono alla barbarie di avere l’ultima parola. Tuttavia, questo sangue versato è anche un monito severo. Il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha avvertito che «il grosso rischio è che la Terra Santa e il Medio Oriente rimangano senza cristiani», ribadendo che la Chiesa «non è immune dalle sofferenze della popolazione» e che la scomparsa della presenza cristiana sarebbe una perdita irreparabile per l’identità di quelle terre.
Il grido per la pace
La conclusione della catechesi e i messaggi dei vescovi convergono in un unico, pressante richiamo: la guerra «non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti».
L’invito finale è quello di unire le voci perché «cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli».
Solo attraverso la memoria di testimoni come padre Pierre Al-Rahi è possibile sperare che si avvii «presto un cammino di pace stabile e duratura», affinché le vittime dei bombardamenti trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio.