Gentile Direttore,
ci sono giorni in cui la realtà sembra chiedere di essere guardata tutta insieme, senza sconti e senza selezioni. Quattromila anni fa un uomo, Abramo, camminava davanti a una distesa di terra salata: quel terreno era stato una città, Sodoma. Ieri, mentre arrivavo al parcheggio, un improvviso temporale mi ha costretto a restare in auto mentre grandinava. Due secoli fa un uomo di nome Henri Pranzini, colpevole di un triplice omicidio, saliva al patibolo bestemmiando.
Oggi mia nipote appena nata dorme serena, mentre la sorella maggiore, un’acciughina piena di grazia, vive di aria e dolcezza. Kimi prova la sua Mercedes, Jannik si allena sul campo: amano il loro sport alla follia. Un ragazzo pianifica sui social la vendetta contro la sua professoressa, un altro studia come costruire armi non rilevabili dai metal detector. Gli occhi di un malato ti fissano, spalancati di bisogno. Un uomo viaggia nella notte per tornare a casa da lontano. In una festa di famiglia, un figlio ormai settantenne accusa la madre di averlo abbandonato da piccolo, e il padre, sentendola piangere, si avvicina minaccioso. Un eremita, un tempo abate, dopo anni di tensioni nella sua comunità, si ritira nel silenzio.
Che cosa accomuna tutto questo?
La profondità insondabile del cuore umano: capace di distruzione e di bellezza, di ferite e di ricerca, di abissi e di luce. Tutto dipende dalla direzione che prende la libertà ferita di ciascuno: la fuga verso l’oscurità o l’apertura verso la vita. La domanda allora diventa personale: che cosa faccio della mia solitudine?
Teresa di Lisieux e l’assassino
Henri Pranzini era un assassino. Un uomo che aveva commesso un triplice omicidio efferato, senza pentimento. Una ragazza di quattordici anni, Teresa di Lisieux, vide in lui non il mostro, ma l’uomo ferito, e pregò per lui. Il giorno dell’esecuzione Pranzini salì sul patibolo senza segni di ravvedimento. Poi, all’ultimo istante, compì un gesto improvviso: afferrò il crocifisso del cappellano e lo baciò tre volte.
Per Teresa quel gesto è la prova che nessuno è definitivamente perduto. È il mistero della libertà che si apre un varco anche quando sembra murata. Questo accade perché l’uomo è questo mistero, che resiste ai colpevolisti, agli scettici e persino a chi invoca attenuanti. Un uomo che si pente non diventa innocente: non si salva dalla ghigliottina. Ma salva il mistero del suo essere uomo. È più del gesto che ha commesso. È libertà.
E qui, per me, si trova il senso più vero della comunità: qualcuno che guarda in faccia la mia solitudine e la prende sul serio, senza annullarla. Qualcuno che mi vede prima e oltre. È un’affermazione di valore per ciò che sono, non per ciò che faccio. La fraternità non elimina la solitudine – quella è il luogo unico del rapporto tra me e Colui che mi fa – ma la trasforma in comunione.
La solitudine e l’isolamento
La solitudine non è il contrario della compagnia: è il contrario dell’isolamento. È il punto da cui nasce la possibilità di un incontro. È paradossale che Carlo Acutis, davanti a un computer, abbia creato una mostra sull’Eucaristia “per tutti”: un ragazzo solo davanti a uno schermo che parla di comunione. In questa relazione unica tra me e l’Altro, nello sguardo di amore ricevuto, io riconosco l’altro. E la mia invocazione a Dio diventa il mio contributo più vero alla sua vita.
Tutto è compiuto
La fraternità nasce e vive del “Tu” che si dona. Nella croce Gesù si è donato corpo e sangue. Ma la domanda che mi ha colpito è quando dice: “Tutto è compiuto”. Che cosa sta compiendo? Come se fosse lì per portare a termine qualcosa attraverso il male e la morte, qualcosa che Lui ha voluto compiere.
Forse è la stessa domanda che Paolo si fa quando, dopo la risurrezione, osa dire: “Morte, dov’è la tua vittoria?”.
In fondo, la domanda “che cosa faccio della mia solitudine?” attende qualcuno che, guardandomi, possa trasformarla in comunione.