Gentile Direttore, 

nel 1823 Schubert si ammala di sifilide. Una diagnosi che allora equivaleva a una condanna: dolori atroci, decadimento fisico, isolamento, morte precoce. Lo capisce subito e scrive a un amico: «Mi sento il più infelice e il più abbandonato degli uomini.» È in questo stato che nasce il canto Der Tod und das Mädchen (“La morte e la fanciulla”). 

In quella fanciulla si può leggere la condizione dello stesso Schubert e di coloro che gli stanno intorno: la giovinezza minacciata, la bellezza che non salva, la morte che ti accompagna come un dialogo interiore. Non c’è ribellione, non c’è eroismo. C’è una tristezza che non cerca consolazione. Per Schubert la morte non è soltanto un tema estetico: è un volto che non c’è più, una stanza d’ospedale, un funerale improvviso. 

Questa esperienza non appartiene solo a Schubert. È la nostra, anche se non siamo morti. Perché nella vita dell’uomo non c’è solo la morte finale: ci sono premorti quotidiane, inevitabili. La solitudine, l’incomprensione, la malattia, la perdita, l’invecchiamento. Non sono anomalie: sono dentro la struttura della vita umana. Eppure non vengono guardate. Vengono reagite. Il dolore diventa un problema tecnico, la fragilità una colpa, il limite un errore da correggere. Ma la reazione è una fuga dalla realtà. 

La morte e tutte le sue anticipazioni diventano un potere che dice: «Tutto finisce. Non rischiare. Proteggiti. Non impegnarti. Se ti consegni, perdi.» È una logica di paura che chiude, divide, deresponsabilizza. È la stessa logica tragica che attraversa i miti antichi: Gilgamesh che non riesce a strappare Enkidu alla morte, Orfeo che non riesce a riportare Euridice. L’uomo vuole vedere, vuole garanzie, non riesce ad affidarsi. 

Cristo entra in questa stessa morte, ma senza entrare nella logica della paura. Quando Paolo dice che Cristo è “morto al peccato”, dice che ciò che normalmente ferisce l’uomo e lo fa chiudere in sestesso non ha potuto farlo diventare schiavo: non lo fa odiare, non lo fa disperare, non lo fa scappare, non lo fa difendere, non gli chiude il cuore. Gesù muore nella fiducia, non nella paura; nella consegna, non nella difesa; nell’amore, non nel ripiegamento. La fanciulla del canto di Schubert è terrorizzata; Cristo è consegnato. La fanciulla vive la morte come destino; Cristo la attraversa come relazione. Così rompe la catena della schiavitù dall’interno. 

Per questo la resurrezione di Cristo e quella degli uomini non è un premio né un finale consolatorio. È la verifica che la nostra lettura della realtà è monca. È la verifica che i gigli del campo hanno davvero valore, che i poveri sono davvero beati, che il perdono è più forte del male, che la vita è più forte della morte. È la conferma che la realtà non è contro di noi, che la fragilità non è un errore, che il dolore non è assurdo. È la garanzia che lo sguardo di Cristo sulla realtà è vero. 

A noi non è data una visione diretta del Risorto. È data però l’esperienza di una comunità di credenti che attraversa il tempo: una presenza che ci raggiunge e che non ci siamo dati da soli. È così che la vittoria sulla morte entra nella vita dell’uomo moderno: non eliminando le premorti, ma attraversandole con una compagnia che non si ritrae. 

E forse la prima verifica di questa vittoria è un cambiamento dello sguardo: che vinca in noi l’accorgersi della realtà, non la reazione. L’accorgersi di un gesto gratuito, di una pianta messa in giardino che ti sorprende, di una presenza che non viene meno proprio nel punto del limite. È questo che rende possibile la fatica di oggi, non che la elimina, poiché la compagnia non toglie il peso: gli dà un senso. È allora che la realtà cambia volto, perché è abitata.