Nel triduo pasquale di quest’anno, molti parroci, da ogni parte della Sicilia, si sono sbizzarriti a postare sui social le loro realizzazioni dell’altare della reposizione, che hanno ricordato i cosiddetti “sepolcri” pre-conciliari per la loro fastosità da barocco decadente, per non dire altro. Fino a toccare il culmine, in una parrocchia del centro Sicilia, nella Veglia pasquale, allorché la statua del Risorto veniva svelata in mezzo a un tripudio di luci simil-lampi, mentre i fedeli, nella navata immersa nel buio, acclamavano agitando i fazzoletti. Ci si chiede: a quali criteri liturgici si ispirano questi pastori? Tengono conto della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia con le indicazioni di sobrietà, riprese nei Praenotanda del Messale Romano del 2020, che dovrebbero essere trasmesse anche ad artisti e artigiani che arredano le Chiese con i propri manufatti? Certi scempi estetici, con le molteplici paccottiglie disseminate in alcune Chiese, occultano il senso del bello.

Grazia divina e quotidianità

Viene in mente la domanda di Dostoevskij: “Quale bellezza salverà il mondo?”, con cui il Card. Martini titolò la lettera pastorale 1999-2000, dove scriveva: “Desiderare che architettura e iconografia sacre nascano con l’impronta della bellezza è rispettare la loro primaria funzione di testimoniare l’irruzione della grazia divina nella nostra quotidianità”. Pertanto, esse “dovrebbero essere una freccia lanciata all’interiorità attraverso il linguaggio della bellezza, un sostegno alla contemplazione”. Così l’arte “è un annuncio della Bellezza che salva”. E nel Messaggio agli artisti (1999), Giovanni Paolo II illustra, a partire dalla Genesi, passando per i Greci, e poi per la tradizione scolastica fino ai nostri giorni, il valore del bello, legato alla verità e al bene. Dio vide che la creazione era cosa buona e bella (cf Gen 1,1 ss). Per Platone “La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello”. San Francesco d’Assisi prega Dio: “Tu sei bellezza!”. E San Bonaventura commenta: “Contemplava nelle cose belle il Bellissimo”. Perciò Giovanni Paolo II riprende la citazione dello scrittore russo: “la bellezza salverà il mondo”,dicendo che essa è cifra del mistero e richiamo al trascendente.

Le nuove sensibilità dei tempi

 Certamente cambiano le forme del bello, secondo le nuove sensibilità dei tempi: così, ad esempio, altro è la bellezza del Duomo di Monreale, altra è quella della Basilica di S. Pietro o di una Chiesa moderna. Nel dicembre 1965, a conclusione del Concilio, i Padri hanno rivolto agli artisti un appello: “Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini”. La Sacrosanctum Concilium aveva ricordato che le opere d’arte devono riflettere, in qualche modo, l’infinita bellezza di Dio, e indirizzare a lui le menti degli uomini. Il Messale Romano conferma questa visione: “(…) i luoghi sacri e le cose che servono al culto siano davvero degni, belli, segni e simboli delle realtà celesti (n 288)”. E ancora: “L’arredamento della chiesa si ispiri a una nobile semplicità, piuttosto che al fasto” (n292). Spesso sorge il dubbio che la pomposità serva a nascondere il vuoto di ciò che invece è essenziale per il cammino di una comunità ecclesiale. Infatti, con le sue disposizioni la Chiesa vuole favorire l’educazione alla fede e la pietà del popolo di Dio: “(…) nella scelta delle opere da ammettere nella chiesa, si ricerchino gli autentici valori dell’arte, che alimentino la fede e la devozione e corrispondano alla verità del loro significato e al fine cui sono destinate (n 289). Lo stesso altare, a volte, sembra usato per poggiare fiori e piante e altre cose. E invece, la mensa del Signore deve essere ornata “con moderazione (…). L’ornamento dei fiori sia sempre misurato e, piuttosto che sopra la mensa dell’altare, si disponga attorno ad esso. Infatti sopra la mensa dell’altare possono disporsi solo le cose richieste per la celebrazione della Messa” (nn 305-306). Nulla è lasciato a soggettive fantasie bizzarre: la Chiesa, Madre e Maestra, persegue, anche nei dettagli liturgici, un fine pedagogico. Benedetto XVI aveva puntualizzato: la Chiesa ci consegna la Liturgia che “trae la sua vita da un Altro. Perciò, non è uno show, non è uno spettacolo. La forma liturgica prestabilita è importante e ad essa si deve conferire anche una forma bella”.  La quale certamente non è data dal trionfo del cattivo gusto, che sembra essere di moda per tanti!

2 commenti su “Bellezza o spettacolo? La liturgia davanti alla sfida del sacro

  1. Purtroppo si e’perso il vero significato del “bello”per dare spazio ad un pessimo gusto fatto da ingombranti addobbi che definirei “accozzaglia di oggetti”messi insieme senza alcuna logica di bellezza e di buon gusto”adornata da un ammasso floreale e completata da candelabri perfetti per adornare gli altare delle cattedrali barocche!!!

  2. Io non sono competente sui criteri liturgici che possono caratterizzare l’ addobbo della chiese, ma così come Piero Sapienza amo la sobrietà della bellezza, perché il rischio è la pomposità unita, a volte, al cattivo gusto. I nostri fratelli protestanti criticano l’ iconografia cattolica. Naturalmente non condivido la drasticita’ iconoclasta della loro posizione perché una bella immagine sacra puo essere coinvolgente, ma ritengo che la semplicità delle immagini e la loro collocazione all’ interno della Chiesa sia importante. Plaudo, dunque, a quegli artisti che hanno saputo rappresentare il sacro in maniera appropriata, evitando, appunto, la pomposità. I sacerdoti, penso, dovrebbero attenersi a questi criteri. Ne guadagnerebbe il messaggio evangelico.

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