Caro Direttore, 

quando ripenso alla mia adolescenza, mi accorgo che l’amicizia è stata, ed è ancora oggi, qualcosa di decisivo, qualcosa che tocca il significato stesso della mia esistenza. 

Alle medie avevo amici con cui passavo giornate memorabili a giocare ai soldatini o a Risiko. Poi, entrando al liceo, tutto cambiò, nuovi interessi, nuove compagnie, e io rimanevo indietro, con una sensazione di vuoto. Ricordo una tristezza solitaria, quasi vergognosa. Mi rifugiai nella musica, suonavo il pianoforte a quattro mani con un amico la “Piccola serenata notturna” di Mozart. Era molto bello, ma non bastava, non rispondeva alla domanda che mi portavo dentro. 

Mi chiedevo: che c’entra l’amicizia con il mio desiderio di felicità? 
Negli ultimi anni del liceo incontrai alcuni ragazzi di un gruppo cristiano, Gioventù Studentesca. Non fu un’adesione, fu un innamoramento. Per la prima volta potevo guardare ciò che mi faceva paura, il mio desiderio di felicità, insieme ad altri. Scoprii un luogo in cui quella sete non era una stranezza da nascondere, ma qualcosa da prendere sul serio e condividere. L’amicizia non era soltanto compagnia, ma un modo di vivere la realtà. Anni dopo, all’università, comprai un libro soltanto per il titolo, “L’amicizia di Cristo”, di Robert Hugh Benson. Benson sosteneva che il desiderio umano di amicizia, con tutta la sua bellezza e le sue inevitabili delusioni, rimanda a un’Amicizia più grande, quella con Cristo. Non come immagine spirituale, ma come presenza reale.

Amici e desiderio di felicità

Quell’intuizione mi sembrava vera. Nelle amicizie più autentiche avevo intravisto Qualcuno più grande delle singole persone. 

Mi torna alla mente quando vidi il “Cristo Pantocratore” di Cefalù: aveva gli stessi occhi profondi di una mia amica, M.G. Oppure, anni dopo, quando vidi la riproduzione di una piccola icona copta del VI secolo, “Cristo e l’abate Mena”, Cristo con il braccio sulla spalla del monaco, in una vicinanza semplice e quotidiana. Quel volto assomigliava sorprendentemente a quello di M., un amico del liceo che non frequentavo più da anni. Le immagini sacre mi riportavano alle persone “sacre” che avevo incontrato, come se amicizia e sacro fossero legati. 

Di recente ho letto un articolo che osservava come molti giovani preferiscano un cane a un amico. Il cane non tradisce. L’amico sì. L’amicizia comporta sempre un rischio: esporsi, dipendere, perdonare, dimenticare, essere feriti. Anch’io ho amicizie che si riattivano soltanto nei momenti critici, una malattia, un incidente, un dolore. Eppure restano amicizie vere, loro per me e io per loro. Quando accade qualcosa di importante, si ricordano di me. Se l’amicizia fosse soltanto reciprocità, ci ricorderemmo degli amici finché ci frequentiamo. Sarebbe un semplice “pensarsi ogni tanto” e non potrebbe durare venti, trenta, quasi quarant’anni. E invece, dopo quegli incontri al liceo, l’amicizia con quei compagni continua a esistere e si è allargata ad altri. Perché? 

Nel Vangelo di Giovanni Gesù dice: “Non vi chiamo più servi… vi ho chiamati amici”. E allora la domanda ritorna: che c’entra questa amicizia con il mio desiderio di felicità? È qualcosa che dura oppure qualcosa di superfluo? Per me, grazie ai miei amici, l’amicizia è diventata una realtà sacra. Tommaso d’Aquino definisce la carità come “amicizia dell’uomo con Dio”. La verità di un’amicizia non consiste anzitutto nel sentimento di volersi bene, ma nel desiderare il bene proprio e dell’altro. L’amicizia è uno dei modi in cui l’amicizia con Dio diventa visibile. Mi verrebbe persino da dire che non si ama Dio senza l’amicizia. 

Per questo l’esperienza del tradimento non è l’ultima parola. L’amicizia, quando è vera, ha a che fare con qualcosa di eterno. Cristo non smette di chiamare amici neppure coloro che lo tradiscono, lo rinnegano o lo abbandonano. Non smette di chiamare amico Giuda, non rinuncia a Pietro dopo il rinnegamento.

Quei volti che hanno mostrato Cristo

L’amicizia non è distrutta dalla dimenticanza, dall’abbandono o dalla morte. La sua verità non dipende dall’assenza di ferite, ma dal fatto che rimanda a qualcosa che le supera. Ricordo un episodio che mi è stato raccontato. Un uomo lascia il sacerdozio. Quando sta per morire, alcuni amici preti vanno a trovarlo e cantano la canzone che avevano composto insieme a lui la sera prima della professione, “Sou feliz Senhor”. E l’uomo, ascoltandoli, ricorda ciò che aveva dimenticato. Ecco perché credo che il fenomeno dell’amicizia umana, così intesa, sia sacro e insostituibile. 

Se è vero che l’amicizia è uno dei luoghi in cui il Mistero si fa carne, allora essa è vitale anche per la Chiesa di oggi. Attraverso il volto dell’altro impariamo a riconoscere il volto di Cristo. Forse è questo il motivo che mi spinge a scrivere oggi. Nella mia esperienza, Cristo non è diventato concreto attraverso un ragionamento o una dottrina, né attraverso una sola persona, per quanto carismatica fosse, ma attraverso tanti volti amici. 

Per questo continuo a domandarmi: senza questa esperienza dell’amicizia concreta, che cosa significherebbe per me dire che Cristo si lascia vedere e toccare? E come diventerebbe concreto Cristo nella mia vita?