Caro Direttore,

scendendo a mare la sera, cercando un po’ di sollievo da questo caldo opprimente, mi trovo davanti a un uomo che porta due cocktail in spiaggia alla sua compagna. Istintivamente provo un senso di fastidio, come davanti a qualcosa di costruito: è ciò che quella scena rappresenta ai miei occhi. Il momento del cocktail diventa quasi uno show, più da fotografare che da gustare; l’aperitivo come rito sociale che si ripete ovunque, fino a rischiare di perdere il suo significato.

Quel cocktail visto mille volte al bar, lasciato nel bicchiere, rigirato tra le mani fino a diventare quasi un brodo, diventa per me l’immagine di un modo di stare insieme che spesso non cerca davvero la relazione.

Sdraiato sul mio lettino, cerco di leggere tranquillo in riva al mare, ma le conversazioni ad alta voce dei vicini mi raggiungono come se fossimo in piazza. Non le cerco, ma arrivano comunque: la terra caduta dall’Etna, la figlia che fa la principessa mentre la madre lavora. E poi quelle frasi che si sentono ovunque: «A Natale siamo da voi», «Ci vediamo», «Facciamo qualcosa insieme». Parole che possono essere certamente affettuose, ma che a volte sembrano pronunciate quasi automaticamente, come per non lasciare spazio al silenzio.

Parlare di tutto senza toccare nulla: forse è questo che mi provoca quel senso di estraneità.

Il cocktail o le chiacchiere in gruppo possono dare la sensazione di appartenenza, ma non danno necessariamente relazione. E allora mi domando: che cosa significa davvero essere insieme? Che cosa accade quando una persona desidera una relazione vera e si trova invece davanti a un gruppo?

La solitudine nel desiderio

Forse una delle forme più dolorose della solitudine è proprio questa: essere lasciati soli nel proprio desiderio. Desiderare di incontrare qualcuno nella verità e non trovare nessuno disposto a fermarsi ad ascoltare.

Si può stare in mezzo agli altri, condividere lo stesso entusiasmo, partecipare allo stesso gesto, e rimanere, in fondo, estranei. Come canta Vasco al Roxy Bar, «ognuno dentro i fatti suoi». Il desiderio che non trova un luogo in cui fiorire. Eppure il nostro bisogno più profondo, insopprimibile, sembra essere proprio quello di essere riconosciuti nella nostra singolarità. Certo, nessuno ha il dovere di ascoltarci o di farci entrare nella propria vita. È un gesto libero. Eppure, in fondo, cerchiamo questa presenza: non qualcuno che debba aggiustarci, né un rito dietro cui nasconderci, ma qualcuno disposto a rimanere lì, ad ascoltare, a condividere la nostra realtà.

E forse è proprio qui che si colloca la mia domanda. Ognuno arriva alla relazione portando con sé la propria storia, qualcosa che chiede di essere accolto. Per questo, se non sono accolto, posso appartenere a un gruppo e, nello stesso tempo, rimanere solo davanti a ciò che porto dentro. Posso essere in mezzo agli altri e non trovare ancora un luogo in cui il mio desiderio possa fiorire. Lo stare in gruppo non è la garanzia della mia realizzazione.

Eppure è proprio ciò che porto dentro, anche quando è una ferita, che chiede di essere accolto e, quando non può guarire, chiede almeno un senso. Questo può persino diventare prezioso nel gruppo: non nel senso che la mia storia debba essere esibita, ma nel senso di rendere presente la realtà che porta con sé. In questo modo, la ferita può diventare concime: germe di amicizia, di comprensione, di comunità.

All’inverso, che cosa significa una comunità, se non è anzitutto un luogo di presenza, di domanda, di ascolto e di condivisione concreta? Un luogo nel quale la ferita di ognuno possa essere portata alla luce senza dover essere immediatamente ricoperta di risposte, formule o ritualità.

La relazione viene prima dell’appartenenza a un gruppo. Almeno, io la percepisco così: per appartenersi ed essere uno occorre partecipare a una relazione viva, come nella Trinità rappresentata da Rublev. La relazione vera è forse il luogo nel quale nascono l’identità e l’appartenenza.