di Minimo Perez
Caro Direttore,
Colpisce una cosa, in questi giorni. Da una parte, titoli insistenti su dimissioni, responsabilità, accuse – come nel caso delle pretese dimissioni di Francesca Albanese – dall’altra, decine di migliaia di morti diventano oggetto, “ostaggi di Hamas”. Colpisce in questa narrazione l’assenza di realtà, di vite reali. Colpisce anche un altro tono: certe cronache non si limitano a raccontare, ma sembrano cercare una reazione, come se la realtà dovesse produrre subito un sentimento di esaltazione o di colpa, di condanna. E poi ci sono le parole semplici: una madre che chiede giustizia, un medico che parla di “sconfitta”. Non analisi, fatti.
Il vero nodo non è la sanità italiana, i successi dell’Italia, le dimissioni di questo o quell’altro o la tenuta della democrazia americana. Il vero problema è qualcosa di più elementare: chi è l’uomo che guarda questi fatti? Perché lo sguardo oscilla: semplifichiamo, ci indigniamo, ci difendiamo, costruiamo spiegazioni. Intellettuali e non, raramente restiamo davanti al fatto. I più difendono ciò che amano, senza voler vedere. Quei pochi che vi restano sovente “non si illudono”, ma non amano ciò che vedono.
Nel Libro della Genesi, nell’episodio di Sodoma, accade qualcosa di diverso. Anche lì c’è un male che “sale come un grido”. E gli abitanti di Sodoma non si pensavano malvagi, ma semplicemente normali, come tutti. E anche lì si parla di giudizio.
E tuttavia, dentro questa stessa realtà, accade altro: Dio scende a vedere.
Lo so che può sembrare sproporzionato, ma anche nella nostra esperienza qualcosa di simile accade. È un episodio piccolissimo, a prima vista quasi invisibile. Io, ad esempio, in questi giorni, percepisco la luce che attraversa la realtà più ferita nell’ascolto del concerto No. 23 di Mozart, in particolare nell’ultimo movimento, una gioia che non dipende dalle proprie condizioni, come un bimbo che corre irrefrenabile davanti agli occhi dei genitori. Forse è qui che nasce la speranza: non prima della ferita, non dopo averla risolta, ma dentro, come un gesto che non si impone, come una voce non gridata, come una presenza che libera.
Non nello sguardo all’alto, non nella verità che schiaccia né nell’illusione che illude e consola, ma nel punto in cui la realtà ferita incontra il bene. E se il grande Stalin o il genio, incompreso allora, di Mozart si è fermato su questo punto, forse non è così cretino che io li contempli.