Sua madre lo saluta dal terrazzo. Lo sguardo del padre lo segue. È presto, il motorino è già acceso. Marco sorride e parte. Un gesto normale, di quelli che si ripetono ogni giorno. Ma quel mattino – il 5 novembre 2011 – quel sorriso è l’ultimo. I genitori lo guardano scendere lungo la strada, senza sapere che la notte prima, sul muro accanto al letto, accanto al crocifisso, il loro figlio aveva scritto: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”


Una provocazione che attraversa duemila anni e arriva fino a noi con la stessa forza.
Sabato 7 marzo, nella cappella arcivescovile di Milano, quella domanda risuonava ancora tra i volti raccolti per l’apertura della causa di beatificazione di quel ragazzo, Marco Gallo, che adesso la Chiesa chiama Servo di Dio. La cappella era piena: i genitori, Antonio e Paola; le sorelle, Francesca e Veronica; amici, compagni di scuola, professori. C’erano vescovi, sacerdoti e giovani collegati da remoto alla diretta streaming. Gente riunita non appena per un ricordo, ma un popolo che riconosce una traccia viva. Perché la fama di santità di Marco non si è spenta. Anzi, cresce. Come se quella frase sul muro continuasse a chiamare.


Dopo la lettura di alcuni pensieri del giovane e della Parola di Dio, l’Arcivescovo richiama il fatto che «la vita di un ragazzo può essere una proposta di vita. Una morte tragica può diventare un’occasione per desiderare una partecipazione più intensa a ciò che viviamo e a ciò che Marco è stato ed è per noi». Lo ricorda anche l’editto della Diocesi del 1° febbraio 2026: «Marco amava la vita, si poneva molte domande e aveva trovato nell’amore per Gesù e per il prossimo la fonte della vera gioia».
Un cuore ardito, amante delle corse e delle scalate, inquieto perché in cerca dell’Infinito. Una vita movimentata. Dopo l’infanzia in Liguria, i trasferimenti ad Arese, a Lecco e infine a Monza lo portano a incontrare, al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, una presenza che gli cambia la vita: sono gli insegnanti e i compagni di Gioventù Studentesca – la proposta di Comunione e Liberazione per i ragazzi delle superiori – che alimentano in lui una fede ardente e concreta. È l’incontro con la compagnia cristiana che guida la vita di Marco, fino a diventare lui stesso un punto di riferimento per molti attraverso l’aiuto allo studio per i ragazzi in difficoltà, le visite agli anziani disabili e le amicizie vissute senza sconti, che diventano responsabilità.


Ogni sera legge la Bibbia, ogni giorno prova a viverla. Una pienezza di vita testimoniata anche dal libro “Anche i sassi si sarebbero messi a saltare” (Itaca edizioni), che raccoglie gli scritti di Marco Gallo, dai quali emerge «una nettezza di giudizio rispetto a ciò che vale. Così la sua morte improvvisa appare non l’epilogo, ma il compimento di un cammino, davvero il diesnatalis», scrive il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti nella prefazione.
«Io non valgo nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te… tu mi ridesti ogni attimo», è una delle annotazioni presenti nel libro che testimoniano una santità che non nasce da gesti clamorosi, ma da un modo serio di stare al mondo. Da un ragazzo che ha osato prendere Cristo sul serio, lasciando spazio nel proprio quotidiano a quell’incontro. Fino a cambiargli la vita.


Una storia semplice, ma che continua a generare passi. Passi che ogni anno, uno dietro l’altro, centinaia di giovani da tutta Italia compiono il 1° novembre salendo in pellegrinaggio al Santuario di Montallegro, nella Diocesi di Chiavari, per ricordare con gratitudine Marco e affidare alla Madonna i propri desideri. Perché in quell’amico diciassettenne hanno visto una possibilità. La possibilità di vivere la santità nel quotidiano. Vivendo intensamente il presente, seguendo quella compagnia che ti ricorda ogni giorno che il Vivo non si cerca tra le cose morte.
Come quella frase sul muro. Come quell’ultimo sorriso. Come quel ragazzo che, ancora oggi, ha il coraggio di testimoniarcelo.

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