Invito alla lettura dell’ultimo libro del giornalista Andrea Gagliarducci, che interroga il presente, l’uomo e la Chiesa

Quando Sant’Agostino scriveva la Città di Dio, l’Impero Romano d’Occidente si sgretolava sotto i colpi delle invasioni barbariche. Le certezze politiche vacillavano e molti accusavano i cristiani di aver indebolito Roma. In quel clima di paura, Agostino rispose con una visione più grande della storia: due città si intrecciano nel mondo, quella terrena e quella celeste. Annotò: «I cittadini della città terrena son dominati da una stolta cupidigia di predominio… i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità».


Parole che oggi, nel pieno di questa “guerra mondiale a pezzi”, sembrano scritte per noi. Anche il nostro tempo è attraversato da un disordine che non è solo politico: è antropologico. Le mappe cambiano, le alleanze si spezzano, le tecnologie accelerano, ma la domanda resta: «Dov’è l’uomo ogni volta che la dignità umana è calpestata, sia per ragioni economiche che politiche, sia in contesti instabili che in situazioni normali?».
Dov’è oggi l’uomo? A questa domanda prova a rispondere il libro Un ordine mondiale senza Dio? La Chiesa, la guerra, la pace, i diritti (Città Nuova, 2026) del giornalista Andrea Gagliarducci, tra i più attenti osservatori delle dinamiche vaticane e internazionali.


Come racconta lo stesso autore in prefazione, la questione centrale nasce da un’omelia ascoltata anni fa: il cardinale Angelo Bagnasco, nella festa di San Lorenzo a Genova, denunciò la costruzione di un ordine mondiale senza Dio. Da questa constatazione prende forma il percorso del libro: capire se il mondo stia davvero edificando un ordine che pretende di fare a meno della trascendenza, della domanda sul senso, della presenza di Dio come punto di riferimento per l’uomo. Perché, nota Gagliarducci, «l’uomo non c’è quando Dio viene tolto dall’orizzonte della sua storia e della sua vita». Il libro mostra come questo “ordine senza Dio” sia soprattutto una tendenza della società occidentale. Altrove — nei Paesi islamici, ad esempio — Dio resta al centro della narrativa politica, della costruzione sociale, dell’immaginario collettivo. E allora la domanda si allarga: cosa accade quando mondi diversi, con visioni opposte del rapporto tra potere e trascendenza, si incontrano, si scontrano, si ignorano?


Il volume attraversa temi cruciali: la pace come bene fragile, la dottrina sociale come bussola, l’intelligenza artificiale che rischia di diventare un nuovo idolo, il ruolo della Chiesa in un mondo che non guarda più a Dio. Non è un saggio freddo: è una scrittura che ascolta la storia come si assiste un corpo ferito. E risuona con quanto Papa Leone XIV ricorda nella Magnifica Humanitas: l’uomo è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare, più che come creatura chiamata alla relazione. Non è un caso che il libro di Gagliarducci, uscito pochi mesi prima dell’enciclica, anticipi questa stessa riflessione: nasce dalla medesima preoccupazione e ne condivide lo slancio, intercettando lo stesso punto nevralgico del nostro tempo.


Il libro osserva le ferite della storia, le narrazioni dei popoli, la vita di fede di ciascuno, e si chiede se non sia proprio questa la dimensione necessaria per ricomprendere la dottrina sociale alla luce dei nuovi tempi e delle nuove sfide. Quello di Gagliarducci è un lavoro che, interrogando il presente, interroga la Chiesa. Una Chiesa che, come emerge dalle pagine del libro, non è spettatrice muta dello scenario internazionale, ma si conferma presenza viva: non aggiunge un altro discorso ideologico sul mondo, ma offre la sua compagnia. Una compagnia che è carne, non teoria. Carne viva nel mondo.


Per questo, in una società che vive sempre più come se Dio non ci fosse, Un ordine mondiale senza Dio? è un libro che rimette al centro la domanda su cosa regge davvero la città terrena, se il suo abitante non guarda alla città celeste. Un libro che chiede coraggio. Il coraggio di riconoscere che la crisi del nostro tempo non è solo politica, ma anzitutto esistenziale. Il coraggio di ammettere che senza un riferimento più alto l’uomo si smarrisce. E il coraggio di guardare alla fede non come un residuo del passato, ma come lente viva per leggere il presente e scoprirne il senso.
Perché scoprire la verità dell’uomo significa, in fondo, scoprire il segreto dell’esistenza: scoprire Dio. E senza questo continuo riconoscimento, senza questo riferimento, nessun ordine — mondiale o personale — può davvero reggere.

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