Invito alla lettura dell’ultima raccolta del poeta Davide Rondoni

Lotta contro. La nuova raccolta del poeta romagnolo Davide Rondoni, Sette canti contro lo Scontento (Garzanti), comincia e vive dentro questa affermazione che non è solo opposizione ma postura. Contro: dal latino cŏntra indica la posizione di chi sta di fronte; un essere rivolti verso qualcosa o qualcuno senza voltarsi o scivolare via nel brusio del mondo. È un modo di stare. È la postura del poeta che non si mette di lato, che sta in mezzo, nel groviglio delle città, nelle vene del tempo, dentro le crepe dell’umano.
Così il Viaggiatore dei Sette canti si muove: non fugge, non elude. Sta. Guarda. Attraversa. È un corpo a corpo con lo Scontento, figura personificata che serpeggia nelle nostre vite lucide e stanche. Un killer che ci tiene sotto tiro. Ma non è solo questione sociale: è una postura del cuore che si avvilisce, un nichilismo che suggerisce che la partita sia già decisa. Ma Rondoni non ci sta. E scrive contro.
I Sette canti sono un viaggio — Milano, la Toscana, Harlem, la Romagna — ma soprattutto un attraversamento dell’umano. Le città sono tane, ferite, specchi. New York è la metropoli che affascina e atterrisce; Milano è il luogo dove la tecnica moltiplica i dettagli ma non la profondità. In mezzo, il Viaggiatore incontra figure minori, apparizioni che illuminano un tratto di strada attraverso un canto che non consola: ruggisce. È il miracolo della poesia ancora fedele alla vita, non alla sua caricatura. Che accade attraverso il dono di una lingua che ha il coraggio di inciampare — perché la vita inciampa — che si sporca e non si guarda allo specchio. Una lingua che non teme la mischia. Siamo al cospetto di una creatura ibrida: un prosimetro incendiato, fuori dalla gabbia del modello classico, che insegue versi e prose liriche al passo del Viaggiatore che si lascia ferire dal reale. Così l’affondo lirico si incunea nella cronaca urbana, e la cronaca si incendia contro lo Scontento. Eppure, non c’è scarto: i versi si fanno prosa narrando, la prosa si fa verso respirando. Ed è in questo ritmo incalzante — come una camminata che accelera, inciampa, si rialza — che accade il miracolo del canto. Nulla è casuale: anche ciò che sembra “buttato lì” — un’immagine che lampeggia e scompare, un salto sintattico, un dettaglio urbano — è un nervo scoperto della verità. Le strofe si allungano, si spezzano, si raggrumano; la metrica è mobile, franta, con endecasillabi che emergono come ossa sotto la pelle e poi si dissolvono in colpi di fiato. Un canto che non vuole essere elegante: vuole essere vivo. Vivo e tenace contro il killer dello Scontento.

Una rivoluzione dello sguardo

E contro lo Scontento non basta l’io. Occorre un tu che salva. È il canto del tu: una rivoluzione dello sguardo per la società individualista di oggi. Un sovvertimento continuo del proprio modo di concepirsi che infiamma la raccolta incontro dopo incontro, come nella Commedia dantesca. Fino a lasciarsi stravolgere. Fino alla conversione lungo un viaggio costellato di incontri: la figlia che chiede un gelato e rimette ordine nel mondo; la donna amata; gli amici chiamati per nome; i maestri. Fino a Dio. Il Tu dei tu. È il continuo imbattersi nel dono dei rapporti che ci sposta e, verso dopo verso, ci fa fare i conti con l’imprevedibile sorpresa della bellezza. Che non è ornamento ma rischio, rapporto, provocazione: una chiamata a venire fuori. Il punto dove la lotta infuria più forte. Perché la bellezza non anestetizza: accende. E ci stana. E questo Rondoni lo sa, anche perché ha gli occhi rivolti ai suoi maestri. Tra questi, Mario Luzi. E sembra proprio che i Sette canti rispondano adesso a quell’invito: «Guarda. / Guarda bene. / Ancora. / Fino in fondo. / Non ritrarti…». La mischia non è spenta, dice Luzi: il sì e il no del mondo si affrontano nel gorgo della danza, e il poeta sta lì, in mezzo, senza coprirsi il viso, senza stornare il volto.
Per questo bisogna essere grati a Davide Rondoni. Perché non si limita alla semplice denuncia, non si limita a indicare la lotta: ci porta dentro la mischia, fino a farsi alleato nelle sfide dei nostri giorni. In fondo sono versi accesi dall’impatto con la vita. E ardono della stessa preoccupazione di chi — come Papa Leone XIV ricorda nella Magnifica Humanitas — sa che l’uomo non è un progetto da ottimizzare, ma una creatura chiamata alla relazione, al legame che salva.
Anche per questo i Sette canti sono un atto di resistenza: un invito a non cedere allo Scontento. A riconoscere ancora che «la mia forza sei tu».

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