Caro Direttore,

in questi giorni di villeggiatura mi ha raggiunto la notizia della visita del cardinale Zuppi al carcere giovanile del Beccaria. In mezzo ai ragazzi ha detto una frase che non era di circostanza: «C’è anche tanta gente che vi considera figli». Poco prima uno di loro aveva confessato che, per educare chi sbaglia, bisognerebbe cominciare molto prima, educando i genitori. È stato un momento breve, ma sufficiente a capire che lì non mancavano anzitutto le regole: mancavano i padri.

Ho letto poi della morte di don Antonio Mazzi. In una sua intervista ricordava la prima volta al Parco Lambro, dove si radunavano i drogati, all’inizio della sua missione. «Arrivato al Parco Lambro avevo paura, ma sono rimasto», diceva, perché dentro di lui aveva vinto «l’esigenza radicale, intensa, d’essere padre». Colpisce che questa esigenza non sia stata un episodio, ma la forma stessa della sua vita fino agli ultimi giorni. Ha scommesso sui suoi ragazzi, ha condiviso il loro inferno e ne ha accompagnato il riscatto.

Proprio oggi, entrando nella chiesa del paese dove mi trovo, mi sono imbattuto nel racconto della causa di beatificazione di un sacerdote della mia terra. Nel 1943, durante la ritirata dei tedeschi, accolse nella sua parrocchia malati e persone con disabilità che non avevano la possibilità di fuggire. Quando i soldati della Wehrmacht sfondarono con le bombe la porta della chiesa, lui non si sottrasse. Rimase accanto ai suoi, fu condotto sulla terrazza antistante la chiesa e lì fucilato.

Anche questo è un padre: qualcuno che ti raggiunge ovunque ti trovi nella vita e rimane. Qualcuno che non ti guarda come un problema da gestire o come una categoria, ma come un figlio.

Per questo mi interroga anche il linguaggio che usiamo quando parliamo di “tossici”, di “maree” di immigrati. Se fossero nostri figli, continueremmo a parlarne così? O saremmo disposti a scendere nel loro inferno per non lasciarli soli nel male? Forse il dramma più grande è che pochi uomini sono davvero padri e poche donne davvero madri. E quando mancano padri e madri, tutto il resto – analisi, riforme, indignazioni – rischia di diventare rumore o, peggio, parole e immagini tagliate che pretendono di sostituire la realtà.

Non sono qui a giudicare. Mi scopro il primo ad averne bisogno. Mi accorgo allora che non basta desiderare il bene. Non basta neppure la buona volontà. La mancanza, da sola, non genera una vita nuova. Per questo chiedo a Dio, anzitutto, la grazia di essere figlio, prima ancora di pretendere di esserne testimone. E che non smetta di donarci padri e madri così: uomini e donne capaci di rimanere, di guardare, di accompagnare, di ricordare a ciascuno che è figlio. Senza di loro, il resto rischia di ridursi a retorica.

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