Di Mauro Mangano
Davanti ad una distesa azzurra, incastonata nella cornice dorata della Porta d’Europa, l’opera di Mimmo Paladino collocata nella punta più estrema dell’isola di Lampedusa, la figura bianca di Leone XIV, silente ma non muta, ha indicato un orizzonte. Nel modo più forte, efficace possibile, ha offerto una prospettiva, ha compiuto l’atto rivoluzionario per eccellenza: orientare lo sguardo. Perché ogni rivoluzione, ed ogni conversione, non inizia con i discorsi, le parole vengono sempre dopo, inizia con lo sguardo. La direzione impressa allo sguardo segna la priorità, l’attenzione, la direzione, la meta, la relazione.
E Leone XIV, restando in silenzio con gli occhi rivolti al mare, ma anche alla terra che vi è oltre, a tutte le donne e gli uomini che la popolano, a tutti quelli che sono rimasti nello spazio di mezzo, non più radicati in quella loro terra e mai arrivati in un’altra, ha indicato la via possibile di una rivoluzione, e anche la sua esigenza.
Il tema delle frontiere, della loro interpretazione e del loro significato, è oggi il più importante argomento di dibattito politico, in tutto il mondo, e il modo in cui lo si affronta e declina è uno dei pochi campi di reale differenziazione tra le parti politiche. Viviamo il tempo in cui gli spostamenti delle donne e degli uomini non sono più fenomeni localizzati ad aree specifiche, di volta in volta dovuti a crisi politiche, economiche, carestie, intenti predatori, colonizzazioni, ma sono diventati un evento planetario, anche se vengono raccontati all’opinione pubblica sempre in modo parziale e poco oggettivo. In questo contesto lo sguardo di Papa Leone ha voluto portarci lontano dalla palude dei dibattiti, dalle tesi argomentate a suon di statistiche, o semplicemente, più spesso, a colpi di slogan.
D’altronde proprio Leone, in un’altra occasione ha detto che “La speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore”. Occorrerà abituarsi, credo, al valore che il silenzio ha per questo pontefice, ascoltandone con più attenzione i margini, gli attimi che lo accompagnano, le brevi parole che servono a sottolinearlo, non a descriverlo.
Nel caso della visita di Lampedusa, questi margini, i confini che lo hanno introdotto, sono, a mio parere, il richiamo alle “orme di Francesco”, alla tradizione nella quale il messaggio del 4 luglio a Lampedusa si inserisce, e alcune parole pronunciate nell’omelia a proposito del brano evangelico del Samaritano e della prossimità, poche ma chiarissime, rivolte a ciascuno di noi.
Leone non ha sprecato molte parole per richiamare l’imperativo morale dell’accoglienza, il significato che ha oggi. Eppure non sarebbero mancati i possibili richiami, anche a tanti documenti della Chiesa, a mille esempi concreti incarnati da donne e uomini che hanno vissuto e vivono la prossimità del servizio e della cura. Piuttosto ha detto che “Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità.”
A me sembra dirompente e centrale l’espressione “prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica”, che Prevost ha rafforzato poi dicendo “quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato”. Come è possibile che la visione di bambine e bambini, donne e uomini, in balia della violenza di sfruttatori e mercanti di carne umana, la visione di moltitudini di esseri umani che affrontano il rischio della morte, l’incertezza più assoluta per il loro futuro, non provochi, come prima, immediata reazione, quel fremito, quel primo fremito dell’amore, che è la compassione?
Lo sguardo silenzioso di Leone XIV davanti al mare, ha il suono, è voce e discorso, di quel fremito, l’indicibile urlo della compassione, che si traduce, non può non tradursi, nell’azione del soccorso, come per il Samaritano, nella sensazione viscerale della prossimità, della fratellanza. L’indifferenza del sacerdote e del levita testimoniano che la compassione, per quanto connaturata nell’umanità, non è un riflesso automatico di ognuno. Diventa un movimento spontaneo in chi è riuscito a mantenere il proprio sguardo libero, privo delle barriere della convenienza, della paura, perfino delle ideologie e di certi rigori religiosi. L’appello alla compassione assume un valore rivoluzionario, di conversione, perché il Papa dice chiaramente “chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente”. Iniziare a vivere ed essere cittadini diversamente, perché si possa dare “forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore”, creare un argine alla disumanizzazione, seguendo l’appello della Magnifica Humanitas.
Dopo, viene tutto il resto, il richiamo alla comprensione delle cause che affamano e disperano milioni di persone, l’individuazione di soluzioni che vadano oltre le scelte individuali della misericordia, l’assunzione di responsabilità proporzionata ai ruoli che ciascuno di noi ha, ma anche alle proprie risorse, culturali, economiche, strumentali. Dopo, viene tutto questo, su cui possiamo continuare ad avere idee differenti.
Il messaggio che arriva da Papa Leone XIV a Lampedusa non può generare solo la consueta liturgia del consenso e dell’approvazione, del rammarico e magari dell’accusa, ci chiede di prendere posizione, stare dalla parte della compassione, educare alla compassione, assumerne il linguaggio e la postura come valori, contro il grigio prevalere del cinismo e dell’assuefazione. Iniziare scegliendo la direzione del nostro sguardo, assegnare di nuovo all’orizzonte il senso della scoperta e dell’attesa, della gioia.